QUALE SICILIANO ... PER LA SCUOLA?
E' la domanda che molti si pongono, sia nel mondo della scuola, sia un po' da per tutto, per interessi specifici o per semplice curiosità.
Ma è una domanda falsa, propria dei non addetti ai lavori, che non sono informati sulla storia del nostrro dialetto che, fino all'unità d'Italia, non era considerato dialetto ma lingua, la lingua nazionale dei siciliani. Una lingua che aveva una grammatica che tutti i poeti seguivano, una gramnmatica che ha tuttora, evolutasi e caratterizzandosi sempre più nel tempo.
Gli addetti ai lavori sanno che il dialetto siciliano ha una storia più antica della lingua italiana, tanto che quest'ultima ha assunto come sue origini la poesia della scuola siciliana della prima metà del sec. XIII, e Dante ci ricorda (De vulgari eloquentia) che era detto siciliano tutto ciò che di poetico appariva nel continente italiano, almeno fino ai tempi di Federico e di Manfredi.
Ma lasciamo andare questi primati, ai quali aggiungiamo solo che fino agli inizi del Quattrocento il siciliano fu lingua diplomatica, e continuò ad avere importanza di lingua non solo fino alle decisioni di Caspe (1412) ma anche per quasi metà del secolo, pur non avendo la simpatia di Alfonso il Magnanimo.
La fondazione dell'Università di Catania, o Studium Generale, (inizio delle lezioni nel 1445) allontanò la cultura siciliana dalla Spagna e l'avvicinò a quella delle corti centro-meridionali italiane, e ci fu una rinascita del siuciliano, decaduto durante il periodo angioino e le lunghe guerre post-Vespro. In emulazione con il toscano, il dialetto siciliano ebbe veramente una sferzata, creando, in opposizione al sonetto, ch'era pure una sua creatura, l'ottava, canto lirico monostrofico a una sola coppia di rime (AB-AB-AB-AB), detta poi ottava siciliana, in opposizione all'ottava narrativa, o toscana (AB-AB-AB-CC).
Tale conquista, che caratterizzò la poesia siciliana per più di due secoli, crea nuove emulazioni con il toscano, già divenuto ufficialmente lingua italiana, specialmente per quanto riguarda la cinquecentesca questione della lingua (Bembo, Trissino ed altri); a quella italiana, di inizio secolo, segue quella siciliana con la pubblicazione a Messina (1543) da parte del siracusano Claudio Mario d'Arezzo, storiografo di Carlo V, di una grammatica, scritta integralmente in siciliano, dal titolo Osservantii dila lingua siciliana, seguite, in appendice, da 71 canzoni (cioè ottave) inlo proprio linguaggio.
Ma non fu quella la grammatica che si affermò, in quanto non nacque dai testi, ma da un ideale teorica lingua che lo storiografo aveva in mente.
La grammatica che si affermò, e che dura fino ai nostri giorni (ma più che grammatica si deve parlare di ortografia) fu quella che coerentemente adoperò Giuseppe Galeano (per l'occasione Pier Giuseppe Sanclemente) nell'antologia da lui curata, Muse Siciliane, in quattro volumi (cinque tomi). Tale opera riunisce oltre cinque mila ottave, di circa cento poeti antichi e moderni, ed è apparsa negli anni 1645-1653, raggiungendo ogni angolo della Sicilia, e da quel momento, per la sua vasta diffusione divenne modello ortografico da seguire, norma per ogni poeta che venne dopo, da Paolo Maura a Simone Rau, fino al Meli, nel pieno Settecento e oltre, che seguì quasi in pieno l'ortografia del Galeano, tranne per le parole che nelle corrispondenti latine cominciavano con fl (flos, flatus, flumen ecc.) che l'antologia aveva reso con xh e il Meli con ci: ciuri, ciatu, ciumi.
Approfondimenti sull'ortografia siciliana, o sulla grammatica siciliana in generale, sono molti e sempre sulla scia del Galeano; citiamo solo i più importanti, quali quelli del catanese Innocenzo Fulci, nipote di D. Tempio, che importò molti suoi corsi universitari sulla grammatica siciliana, che poi raccolse in volumi, di cui citiamo i più importanti: Glottopedia italo-sicula, (1836), in cui si mettono a confronto la grammatica italiana e quella siciliana; Lezioni di Filologia siciliana (1854); - Dissertazione sulla lingua scritta siciliana o sulla parlata, saggio - uno dei tanti- apparso sulla rivista catanese Caronda, nel 1838, eccetera eccetera.
A questo punto bisogna rifarsi la domanda.
Quale siciliano ... per la scuola?
E la risposta, netta, consapevole, convincente non può essere che questa: Il siciliano della tradizione, quello codificato dalla grammatica che ha quattro secoli di vita. Quella grammatica che ebbe inizio a metà del sec. XVII, con le Muse Siciliane del Galeano e che è andata perfezionandosi di secolo in secolo, sempre guardando a una propria identità, cioè a una sua Koinè.
I poeti dei sec. XVIII e XIX adoperano tutti la stessa grammatica, scrivono la stessa lingua, pure appartenendo a provincie diverse; sono, i più importanti: Carlo Felice Gambino, Giovanni Meli, Domenico Tempio,, Ignazio Scimonelli, Giuseppe Fedele, Vitale Salvo, Venerando Gangi, Giuseppe Maraffino, Francesco Gueli, Carlo Amore, Giovanni Alcozer, Rosario Amato, Giuseppe Mario Calvino e perfino G.B. La Cetra che vuole rappresentare, nel suo poema scientifico, la sua ragusanitas.
Anche perchè nel 1745, durante il regno di Carlo III, che si era caratterizzato per le riforme e l'attività letteraria, c'era stata una seconda questione della lingua siciliana, il cui promotore era stato Vincenzo Di Blasi, padre dell'eroico Francesco Paolo, creatore a Palermo dell'Accademiua dei Pescatori Oretei, con l'obiettivo di raffinar sempre più la siciliana favella. Il Di Blasi pubblicò anche lui, come il Galeano, una vasta antologia, anziu Scelta di canzoni (ottave) antiche e moderne rimodernandone la grafia, che servì come modello ai poeti successivi, a cominciare dal Meli, anche se ci furono aspre polemiche all'inizio.
Poi tutto si acquietò nell'imitazione meliana almeno fino agli ultimi anni dell'Ottocento, quando il Positivismo, imperante si trasformerà, nella letteratura occidentale, in Realismo, in Naturalismo, in Verismo, facendo sentire il suo peso anche nella poesia siciliana che, a furia di voler essere verista abbandonò per opera di Alessio Di Giovanni l'ortografia tradizionale di stampo etimologico, con referente il latino, e cominciò a scrivere come si parla, cioè cercando diu adattare la grafia al suono delle parole, cioè secondo la loro fonetica, anzi per essere più precisi, secondo la loro fonografia, tanto che quella tendenza prese il nome di Fonografismo.
Un vero guazzabuglio che, per fortuna, durò meno di dieci anni: ognuno scriveva ad orecchio, specialmente quando si trattava di riprodurre i nessi sintattici, o fonici che dir si voglia. Il Di Giovanni abbandonò subito il suo Fonografismo, ritornando all'ortografico tradizionale, e lo fece con tale coerenza da diventare modello per quelli che venbnero dopo di lui, specificatamente nel suo romanzo (La racina di Sant'Antoni) e nei suoi lunghi racconti (La morti di lu Patriarca ecc.).
Dopo la guerra in Sicilia, già a cominciare dal 1944, ci fu una vivace rinascita della poesia in campo ortografico che in quello prettamente poetico, in cui il sottoscritto ha avuto una parte di rilievo nell'uno e nell'altro campo, soprattutto in quello della grammatica in quanto autore di un diffusissimo vocabolario italiano siciliano - Il Ventaglio - il primo nel suo genere, essendo i precedenti vocabolari(una trentina) siciliano-italiano, in quanto una volta si conosceva il siciliano e non l'italiuano, ed ora è il contrario, o quasi.
Questo vocabolario è uscito in dispense in prima edizione (1998) - in vendita con il quotidiano "La Sicilia" di Catania e subito dopo, in seconda edizione con "La Gazzetta di Messina", e poi, nel 2001, in edizione popolare, e infine, in brochure, nel 2004.
Potrei fermarmi qui e riproporre la domanda: Quale siciliano... per la scuola?
Ma non lo faccio, rimando per un po'. Voglio aggiungere qualcosa ancora, ma non per vanità, solo ed umilmente, per far conoscere qualcosa di me ai politici siciliani che hanno la responsabilità di scegliere quale siciliano adottare per le scuole, e lo faccio trascrivendo le conclusioni di Nicola Torre, l'editore del mio Biribò: << Sue poesie di [S. Camilleri] sono state tradotte in inglese, francese greco moderno; tradotti in molte altre lingue i suoi saggi.
Epoca lo ha inserito fra gli Italiani che contano a Catania; la Stampa di Torino gli ha dato un posto di rilievo nella poesia dialettale contemporanea. Molti ancora gli inediti. Vive in un ampio appartamento ricco di una biblioteca di oltre quarantamila volumi e di un centinaio di antichi manoscritti >>.
Aggiungo solo che ho novant'anni e ne ho trascorsi poco meno di settanta studiando la grammatica e la lingua della Sicilia. Rifaccio la domanda:
Quale siciliano... nella scuola?
E rispondo, a coloro che ingenuamente l'hanno posta: Il siciliano della tradizione, sia come ortografia, sia come linguaggio, largamente documentato da otto secoli di letteratura, e l'ortografia da quattro.
Buon lavoro.
Salvatore Camilleri
SCARICA IL PDF